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Ci
incontrammo un mattino sul finire dell’
estate, quell’anno più prodiga d’acqua che
di sole. Ero giunto sul sentiero alto per
l’Alpe Sui Piani che il giorno era già fatto
da ore, avendo inciampato salendo,in alcuni
porcini che
deviarono le mie
attenzioni. Non v’era però piena luce.
Il cielo era, come al solito, coperto e le basse
nubi che disordinatamente vagavano lente, ora
sfrangiandosi tra le cime dei faggi, ora
raggruppandosi per risalire come nebbia dalle
vallette, simulavano un’atmosfera precocemente
autunnale.
Vidi per prima la tua giovane
compagna, pascolava allo scoperto su una
gobba del prato,
avvolta da un banco di nebbia. Mi
arrestai, ma
lei colse il mio ultimo passo e sparì d’ un
balzo oltre il dosso.
Lentamente portai il binocolo agli
occhi. Una sagoma tra gli ontani e le
giovani betulle,
dai contorni sfumati dai freddi vapori, mi
incuriosiva per la strana somiglianza col
disegno di una testa di capriolo che
m’osservava.
E mentre tentavo di focalizzare vista e
pensiero, di sotto la testa apparve il collo e
poi il tronco, ed infine ti mostrasti per
intero. Mi avevi visto, era evidente, ma il
vento contrario e la nuvola che ci avvolgeva non
ti aiutavano a definire
l’intruso : nemico o rivale ? Spavaldo,
carico d’ormoni e desideroso di mostrare il
tuo coraggio alla giovane femmina, battesti più
volte il terreno con la zampa anteriore destra
e, visto che non cedevo il campo, avanzasti fin
sulla sommità del piccolo dosso dove, raspando
il terreno in segno di sfida, ti ponesti di
fianco per
sembrare più grosso.
Ma un riefolo di vento burlone cambiò
direzione portandoti il terrificante odore.
Fù come darti una frustata, sparisti in
un lampo abbaiando di rabbia e paura.
Le giornate si eran fatte più corte, ma il
tempo era finalmente volto al bello, le faggete
si andavano tingendo di rosso, ottobre era
finalmente giunto e con lui il giorno dell’
appuntamento.
Ero partito a notte fonda dal paese, risalito il
fianco della montagna alla flebile luce di una
torcia elettrica tascabile e giunto sul sentiero
che albeggiava appena, ma prima di arrivare al
sito che avevo preparato, il rumore secco di
rami schiantati e quello sordo di zoccoli al
galoppo gelarono le mie speranze
d’incontrarti.
Mi appostai comunque, e lei venne,
leggiadra e con tanta voglia di giocare, a brevi
corse, salti e giravolte attraversò il prato
arrivandomi a pochi metri, finchè il mio
“pssst !” la fece trasalire trasformando il
gioco in precipitosa fuga.
Ma tu no.
Passarono i giorni e le settimane, inutilmente
ti aspettai per molte volte sul luogo del nostro
primo incontro, ottobre era agli sgoccioli e con
lui le mie speranze di ritrovarti . Decisi di
cambiare. Sull’altro lato della valletta cui
il pratone fa da sponda sinistra, s’ erge una
ripida parete rocciosa, intervallata da balze
erbose, dominante il bosco che sale dal fianco
della montagna aprendosi, di quando in quando,
in piccole radure. La discesi per una trentina
di metri raggiungendo uno spuntone a picco sul
vuoto, al cui termine una betulla offriva riparo
ed appiglio e lì mi appostai.
Era una di quelle giornate d’ Ottobre da
incorniciare. Appena il sole superò il crinale,
i suoi raggi discreti mi raggiunsero ed i
brividi dell’allba si sciolsero in un dolce
tepore, la luce inondò la valletta che si
accese di mille colori. V’era una pace
incredibile e mi lasciai derivare assorbendo con
tutto il mio essere l’ estasi di
quelle ore. Il tempo propizio per la
caccia era ormai trascorso anche quel giorno, ma
non mi turbava più tanto, ero contento
d’essere lì, di esser parte di quel tutto che
mi circondava e che ad ogni respiro mi permeava,
mi sentivo sole, foglia, roccia, insetto, vento,
ero parte di tutto ciò che i miei sensi
percepivano. Ero felice.
Giuseppe era sbucato lontano,sul pratone di
fronte, col suo segugio. Chissà se mi aveva
visto ? Aveva percorso il sentiero alto fino a
portarsi sopra di me, parlottato con qualcuno,
forse Massimo il mio compagno di caccia in
montagna, poi insieme avevano proseguito
discendendo dalla parte dell’ Alpe Ambrogio.
Avrei voluto raggiungerli, ma il piacere che
provavo mi trattenne.
Eran così passate altre ore, il sole era girato
ed ormai prossimo alle cime di ovest perdeva le
sue forze. Meditavo il da farsi quando, forse
disturbati dai due uomini che scendevano,
aggirando il fianco del monte
entraste al trotto nella radura e vi
fermaste.
Il cuore mi balzò in gola prendendo a battere
all’impazzata, i movimenti più semplici
divennero impacciati,tolsi il copri oculare
dall’ottica e ti cercai.
Eri proprio tu, la croce era già sulla tua
spalla ma, tremavo, respirai profondo e quando
il mio respiro si fermò, tutto ciò che mi
stava intorno s’infranse come fosse di
cristallo.
Riportai
l’occhio sul cannocchiale, stavi steso
su un fianco, immobile, il capo reclinato verso
il basso. Tutto intorno era silenzio.
Ma lei ritornò.
Abbaiò prima tra gli ontani, poi
lentamente a piccoli passi si avvicinò
fino a sbucare nuovamente
nella radura. Ti fiutava vicino, fermo a
pochi passi e non capiva
perchè ti ostinassi a rimanere. Abbaiò
ancora per alcuni, interminabili minuti,
pregandoti di seguirla, di fuggire dal pericolo,
disperata, di rialzarti ed andartene con lei.
Poi, forse, le giunse l’odore freddo della
morte e ti lasciò.
Mentre scendevo sul far della sera, lungo il
sentiero che attraversa la faggeta, non sò se
più mi pesasse il tuo fardello o l’abbaio
diperato della tua compagna, il cui eco ancora
mi segue col tuo ricordo.
Lirurus Tetrix
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